Consigli che do agli altri e che non seguirei nemmeno sotto tortura
Consigli che do agli altri e che non seguirei nemmeno sotto tortura
C’è una cosa che nella vita mi riesce sorprendentemente bene: dare consigli agli altri con l’autorevolezza tranquilla di uno che ha capito tutto.
È un talento naturale. Una vocazione. Una truffa, se vogliamo essere pignoli, ma una truffa di classe.
Io ascolto qualcuno che mi racconta un problema sentimentale, lavorativo, esistenziale o semplicemente umano, annuisco con espressione grave, assumo quella postura da uomo che ha visto il dolore e ne è uscito con un taccuino pieno di massime, e poi comincio:
“Secondo me devi fare chiarezza.”
“Non puoi vivere in funzione degli altri.”
“A un certo punto bisogna scegliere sé stessi.”
“Le persone ti trattano come tu insegni loro a trattarti.”
Frasi bellissime. Lucide. Pulite. Elegantissime. Frasi che sembrano uscite da un terapeuta greco con la barba ben tenuta, oppure da un libro di crescita personale scritto da uno che si sveglia alle 5 del mattino e non ha mai conosciuto la vergogna di restare in pigiama fino alle 11 a fissare il vuoto.
Peccato che io, nella vita reale, sia l’uomo che dà questi consigli e poi va nel panico se riceve un messaggio con scritto solo “Ok”.
Il consiglio è la forma più economica di saggezza
Il bello dei consigli è che non costano niente. Non devi cambiare tu, non devi esporti tu, non devi correggere i tuoi comportamenti. Devi solo parlare. È una forma di beneficenza verbale. Distribuisci lucidità che non possiedi, come un miliardario spirituale che in realtà ha il conto in rosso.
Ed è per questo che dare consigli è così soddisfacente. Per cinque minuti sembri una persona centrata. Una figura affidabile. Uno di quelli che nella vita hanno sviluppato equilibrio, maturità, distacco. Quelli che dicono “ciò che è destinato a te non ti sfuggirà” e poi davvero ci credono.
Io no. Io quella frase la dico agli altri e poi, appena torno solo, controllo tre volte il telefono, mi faccio domande assurde e arrivo a sospettare che una mancata risposta di sedici minuti sia l’inizio di un crollo affettivo, relazionale e forse anche geopolitico.
Ma mentre consiglio gli altri, sono magnifico. Sereno. Quasi utile.
La verità è che sugli altri siamo tutti bravissimi
La vita degli altri è sempre chiarissima. È una meraviglia. Vista da fuori, l’esistenza altrui è un meccanismo semplice, quasi elementare.
Uno ti dice che è infelice in una situazione che lo consuma e tu, immediatamente, capisci tutto:
“Ma scusa, vattene.”
Uno ti dice che viene trattato male e tu:
“Ma perché lo permetti?”
Uno ti dice che è pieno di ansia, di dubbi, di paure e tu, con la dolce brutalità di chi non rischia niente:
“Devi mollare il controllo.”
Fantastico. Geniale. Semplice. Talmente semplice che viene il sospetto che l’umanità abbia sofferto inutilmente per millenni quando bastava me, seduto comodo, a distribuire frasi risolutive come mentine all’uscita di un convegno.
Il problema nasce quando tocca a te applicare la stessa limpida saggezza alla tua vita. Lì improvvisamente cambia tutto. Quello che negli altri era evidente, in te diventa complesso, delicato, stratificato, da valutare con calma, perché ci sono sfumature, contesti, traumi, segnali, tempi interiori, retroterra culturali e soprattutto una gran voglia di non fare niente.
I grandi consigli che dispenserei al mondo, ma non a me stesso
1. “Non pensarci troppo”
Questo è forse il mio cavallo di battaglia. Lo dico spesso, con un tono da uomo libero dai lacci mentali. “Non pensarci troppo.” Che è una frase meravigliosa, soprattutto perché presuppone l’esistenza di una soglia oltre la quale il pensiero diventa troppo.
Io quella soglia non la conosco. Io penso troppo prima, durante e dopo. Penso troppo a quello che devo dire, a quello che ho detto, a quello che non ho detto e a quello che forse avrei dovuto dire ma con un’espressione del viso diversa.
Posso costruire un intero romanzo psicologico a partire da una pausa di tre secondi in una conversazione. Posso attribuire significati profondi a un punto, a una virgola, a un “vediamo”, a un “poi ti dico”, a un “fai come vuoi”, che notoriamente è una delle espressioni meno sincere mai prodotte dalla civiltà occidentale.
Dire a me stesso “non pensarci troppo” è come dire al mare “non essere umido”.
2. “Lascia andare”
Altro capolavoro. Frase perfetta. Spiritualità tascabile. Funziona benissimo sulle immagini con i tramonti, i gabbiani, le barche in lontananza, tutta quella roba lì.
Io, però, non lascio andare nulla. Io conservo. Archivio. Catalogo. Restauro. Ho una memoria emotiva che farebbe impallidire un ufficio notarile.
Mi ricordo frasi dette male dieci anni fa. Mi ricordo facce, silenzi, situazioni sociali in cui non ero a mio agio, errori banali commessi davanti a gente che probabilmente è morta o comunque se ne infischia completamente.
Altro che lasciare andare. Io faccio manutenzione ai fantasmi.
Ogni tanto, senza motivo, il cervello apre un cassetto e mi mostra una figuraccia del 1998, come per dire: “Te la ricordi? No, perché io sì.”
3. “Devi volerti bene”
Questo è il consiglio nobile. Quello che ti fa sembrare una persona evoluta, profonda, quasi tenera. Lo dici a qualcuno e sembri subito uno che ha fatto pace con sé stesso, con il passato, con il corpo, con le imperfezioni, con il tempo che passa.
Io invece con me stesso ho un rapporto da datore di lavoro abusivo. Mi tratto con livelli di severità che non userei nemmeno con un estraneo antipatico.
Agli altri dico:
“Non essere così duro con te stesso.”
A me stesso dico:
“Davvero vuoi presentarti al mondo così? Con questa energia? Con questa faccia? Con questa capacità organizzativa da calamaro stanco?”
In teoria credo nell’autocompassione. In pratica pratico un sistema misto tra autocritica, ironia tossica e un vago disprezzo ben vestito.
Eppure continuo a consigliare amore per sé. Come un nutrizionista che mangia patatine al buio in macchina.
4. “Segui il tuo istinto”
Che bel consiglio. Quasi poetico. Ti fa sentire connesso a qualcosa di profondo, ancestrale, autentico.
Il problema è che il mio istinto non è una guida. È un call center impazzito. Mi dà indicazioni contraddittorie con una velocità impressionante.
Un giorno il mio istinto mi dice:
“Buttati. Vivi. Osi troppo poco.”
Il giorno dopo:
“Non fidarti di nessuno. Ritirati. Sparisci. Compra biscotti e non rispondere più al mondo.”
Se seguissi sempre il mio istinto, nel giro di una settimana potrei contemporaneamente dichiararmi, licenziarmi, iscrivermi a un corso di filosofia, sparire dai social e comprare una lampada che non mi serve.
Il mio istinto non è una bussola. È una riunione di condominio con microfoni aperti.
5. “Sii te stesso”
Questo è il re dei consigli inutilmente nobili. “Sii te stesso.” Bellissimo. Liberatorio. Quasi commovente.
Solo che dipende tantissimo da che cosa uno intende per “te stesso”. Perché detta così sembra una festa dell’autenticità. Ma a volte “te stesso” significa anche essere contraddittorio, permaloso, insicuro, teatrale, suscettibile, ironico nel momento sbagliato e silenzioso in quello ancora più sbagliato.
Io posso essere me stesso, sì. Ma non è sempre uno spettacolo incoraggiante.
Essere sé stessi va benissimo finché si parla di autenticità. Il problema è quando l’autenticità comprende anche una certa tendenza a sabotarsi, a complicarsi la vita, a leggere troppo nelle cose e a comportarsi come se ogni situazione normale nascondesse un test morale decisivo.
Quindi sì, sii te stesso. Ma magari con moderazione. Come l’aglio.
6. “Metti dei confini”
Questo lo dico come se fossi un luminare della salute psicologica. “Devi mettere dei confini.” E sembra tutto così chiaro. Così sano. Così adulto.
Poi nella vita vera mi basta percepire anche solo l’ombra di un possibile disappunto altrui e divento diplomatico come un ministro di un piccolo Stato neutrale nel mezzo di una guerra mondiale.
Dire di no, per me, richiede una preparazione strategica, tre bozze mentali, due sensi di colpa preventivi e la disponibilità a trascorrere le successive sei ore a chiedermi se per caso non sono diventato improvvisamente una persona orribile.
Agli altri suggerisco confini. Io, al massimo, metto siepi basse e facilmente scavalcabili.
7. “Non cercare approvazione”
Meraviglioso. Da manuale. Da tatuaggio minimalista sul polso.
Non cercare approvazione. Certo. Come no. Facile.
Io formalmente non cerco approvazione. Io la intercetto. La annuso nell’aria. La inseguo senza darlo a vedere. Voglio sembrare uno che non ne ha bisogno, che è libero, autonomo, integro. Però poi se percepisco freddezza, distanza, giudizio o anche solo un entusiasmo inferiore al previsto, mi si apre dentro un piccolo tribunale.
E lì parte il processo:
“Hai sbagliato tono?”
“Sei stato eccessivo?”
“Potevi dire meno?”
“Potevi dire meglio?”
“Potevi, in generale, nascere con un altro carattere?”
Quindi sì, il mio consiglio resta valido. Non cercate approvazione. Fatelo voi, almeno. Io ormai sono dentro fino al collo.
8. “Vivi il presente”
Il presente, certo. Splendido posto teorico. Ci sono stato raramente, ma mi dicono sia molto bello.
Io vivo per lo più distribuito male tra passato e futuro. Nel passato recupero errori, nostalgie, rimpianti e dialoghi da correggere a posteriori. Nel futuro preparo scenari, simulazioni, catastrofi, possibili imprevisti, conversazioni immaginarie che non avverranno mai ma che, se avverranno, mi troveranno almeno allenato.
Il presente lo frequento poco. Ci passo ogni tanto, come chi ha una casa al mare ma ci va una volta l’anno.
Eppure agli altri dico:
“Goditi l’attimo.”
Bellissimo. Lo direi persino meglio, se non stessi già pensando alle conseguenze dell’attimo successivo.
Il problema non è l’ipocrisia. È la specie umana
A questo punto qualcuno potrebbe pensare: ma allora sei incoerente.
Sì, certo. Ma in modo umano. Non vile. Non fraudolento. Umano.
Perché la verità è che quasi tutti sappiamo riconoscere la strada giusta, almeno quando non siamo noi a doverla percorrere. La sappiamo indicare benissimo, con gesto sicuro, come quelle persone che in vacanza ti spiegano perfettamente dove andare mentre loro restano sedute al tavolino con lo spritz.
Capire non è il problema. Il problema è applicare. Il problema è trasformare una verità ben formulata in un comportamento reale, sotto pressione, con l’ego coinvolto, la paura attiva, il passato che bussa e il telefono che vibra nel momento sbagliato.
È lì che la saggezza teorica va a sbattere contro la meravigliosa mediocrità pratica della nostra specie.
Forse i consigli che diamo sono confessioni mascherate
Con il tempo ho sviluppato una teoria: i consigli migliori che diamo agli altri sono spesso quelli che avremmo avuto più bisogno di ascoltare noi, magari anni prima, magari ieri, magari mezz’ora fa.
Quando dici:
“Non accontentarti.”
forse stai parlando di tutte le volte in cui ti sei accontentato.
Quando dici:
“Abbi coraggio.”
forse senti ancora il rumore di una porta che non hai aperto.
Quando dici:
“Non sprecare il tuo tempo.”
forse stai fissando con un certo disgusto il museo delle tue perdite inutili, dei tentennamenti, delle esitazioni eleganti con cui hai chiamato paura quello che paura era davvero.
In questo senso il consiglio non è solo presunzione. È anche autobiografia. È una specie di memo pubblico, rivolto a qualcun altro ma scritto con la propria calligrafia interiore.
Io, guru da discount del disastro controllato
Lo ammetto: mi piace molto sembrare saggio nei momenti in cui non è richiesta alcuna prova concreta. Mi piace la versione di me che sa cosa dire. Quella che trova la frase giusta, la formula nitida, l’osservazione che consola e colpisce insieme.
È una versione di me molto migliore di quella operativa.
Quella operativa, infatti, è un uomo che alterna lucidità e caos, disciplina e resa, ironia e suscettibilità, slanci filosofici e cadute ridicole nel piccolo teatro delle fragilità quotidiane.
Una persona che sa spiegare benissimo come si dovrebbe vivere e poi inciampa sulla pratica come uno che tiene una conferenza sull’equilibrio mentre cade giù dal palco.
Però almeno la caduta è commentata bene.
Un elogio moderato dell’incoerenza
Non sto dicendo che l’incoerenza sia una virtù. Sarebbe troppo comodo, e anche troppo elegante. Dico però che è una compagna stabile della condizione umana. Una delle poche relazioni davvero fedeli.
Sappiamo tutti cose che non facciamo. Difendiamo principi che tradiamo appena siamo stanchi, vulnerabili, gelosi, soli, nervosi o semplicemente affamati.
Predichiamo calma con il cuore accelerato. Parliamo di libertà mentre mendichiamo conferme. Invitiamo gli altri a mollare ciò che fa male e poi restiamo aggrappati alle nostre abitudini tossiche come se fossero cimeli di famiglia.
È ridicolo, certo. Ma è anche profondamente umano. Ed è forse proprio lì che nasce l’ironia: nel divario osceno tra la nobiltà dei nostri discorsi e la goffaggine dei nostri comportamenti.
Io vivo in quel divario. Ci ho quasi preso la residenza.
Conclusione: continuerò a dare consigli, come ogni bravo incompetente emotivo
Quindi sì, continuerò serenamente a dare consigli agli altri. Continuerò a suggerire distacco, coraggio, lucidità, amor proprio, confini, pazienza, libertà interiore. Lo farò con la faccia seria di chi padroneggia la materia, pur essendo spesso il primo a non superare l’esame pratico.
Ma in fondo, forse, è anche questo il bello: la distanza tra quello che sappiamo e quello che riusciamo davvero a essere.
Una distanza comica, umiliante, a volte persino tenera. Un piccolo burrone quotidiano in cui cadono le nostre massime migliori appena incontrano la realtà.
E allora tanto vale riderne.
Perché se non riesco a essere un esempio, posso almeno essere un avvertimento ben scritto.
E, considerato il livello generale del mondo, non è nemmeno poco.

