giovedì 11 dicembre 2025

A Natale voglio diventare ricco: vademecum semiserio per chi sogna colpi di fortuna

Manuale di sopravvivenza per aspiranti milionari natalizi

metodo per diventare ricco a Natale


Natale è un periodo magico. Le luci si accendono, i negozi si riempiono, le famiglie si riuniscono… e soprattutto, nelle menti di molte persone compare un pensiero luminoso quanto un albero addobbato: “Quest’anno voglio diventare ricco.”

Sì, perché il Natale non è solo il periodo delle canzoni tradizionali, dei regali, dei cenoni e delle riunioni con parenti che non si vedono mai. È anche il momento in cui ognuno di noi, almeno una volta, guarda il cielo (o il biglietto del lotto) e pensa: “Magari quest’anno mi va bene.”

Il desiderio di ricchezza natalizia è un classico intramontabile. È come il panettone: non passa mai di moda. E allora ho deciso di raccogliere in questo post un vademecum semiserio dedicato a chi, come me e come tanti, ogni dicembre si sveglia con un leggero ottimismo economico e un pizzico di illusione statistica.

Avvertenza: questo testo è ironico. Se alla fine non sarete diventati ricchi, almeno avrete sorriso. Che è già una forma di ricchezza.

mercoledì 10 dicembre 2025

I benefici della separazione: perché vivere da soli ti trasforma in uno chef improvvisato

I benefici della separazione: quando rimani solo impari davvero a cucinare

Uomo separato in cucina


Ci sono fasi della vita che ti sorprendono più di un film con colpo di scena. Una di queste è la separazione. Tutti ne parlano sottovoce, come se fosse una malattia esotica o un evento cosmico da affrontare con casco e tuta protettiva. E invece, tra i suoi effetti collaterali imprevedibili, spunta un fenomeno che meriterebbe un capitolo sui libri di psicologia: quando rimani solo, improvvisamente impari a cucinare.

giovedì 4 dicembre 2025

Maledetti regali di Natale

L'incubo dei regali di Natale


Signore e signori, benvenuti allo spettacolo più crudele dell’anno:

il Natale.
Quella bellissima festa in cui tutti fingono di essere più buoni… mentre ti giudicano per il regalo che fai.

Perché sì, a Natale il regalo non è un pensiero.
È un test di sopravvivenza sociale.
Una roulette russa con la carta regalo.


La ricerca del regalo perfetto

Ogni anno mi dico:
“Quest’anno niente ansia, niente stress.”
Poi entro in un negozio e scopro che le alternative sono:

  1. cose che costano come un rene,

  2. cose talmente brutte che non le vorrebbe nemmeno il gatto,

  3. cose perfette… finite.

Il Natale è l’unico periodo dell’anno in cui guardi un oggetto, non sai cosa sia, ma pensi:
“Questo… ha la forma generica di un regalo. Va bene.”


La psicologia del dono

Il problema non è cosa regali.
Il problema è come verrà interpretato.

Regalo utile?
“Ah, quindi sono disorganizzato?”

Regalo inutile?
“Ah, quindi sono scemo?”

Regalo costoso?
“Mi stai comprando?”

Regalo economico?
“Mi stai valutando a peso?”

Il Natale è l’unica festa dove anche regalare qualcosa può essere un’offesa.


La gioia di scartare

La vera recita, comunque, è il momento dello scarto:

– Occhi che guardano il pacchetto.
– Sorriso che si allarga.
– Mano che trema.
– Carta che vola.

E poi il momento della verità:
lo sguardo.
Quello sguardo che dice tutto:

“Ma che schifo è?”
tradotto in:
“Grazie, davvero gentilissimo, era proprio quello che… NON MI ASPETTAVO.”

A Natale tutti diventiamo attori.
Meryl Streep, scansati proprio.


La categoria più temuta: gli scambi di regali

Poi ci sono loro:
quelli che riciclano i regali.
Gente che vive in un eterno contrabbando di candele, sciarpe e portachiavi a forma di renna.

Sono gli eroi non celebrati delle feste.
Zero sprechi.
Zero budget.
Zero impegno.

Un giorno scopriremo che tutto il pianeta si sta passando la stessa candela dal 1998.


La follia dei centri commerciali

A dicembre i centri commerciali diventano un documentario di National Geographic:

– branchi di umani disorientati,
– rituali di accoppiamento con la commessa del reparto profumi,
– lotte territoriali per l’ultimo oggetto in saldo.

Attenzione alla specie più aggressiva:
quella che vuole “solo dare un’occhiata”.
Non comprano mai nulla, ma bloccano ogni passaggio come se fossero barriere architettoniche viventi.


E alla fine… si compra qualcosa

Alla fine cedi.
Comprendi che il regalo perfetto non esiste.
Esiste quello che ti fa uscire vivo dal Natale senza rovinare relazioni, amicizie e pranzi di famiglia.

Lo impacchetti, ti siedi, sospiri.
Hai finito.
Hai vinto.

…finché non ti ricordi che ci sono ancora tre regali da fare.


Conclusione

Il Natale è così:
una corsa folle fatta di stress, ricatti emotivi, sorrisi finti e pacchetti storti.

E noi?
Continuiamo a farcela piacere.
Ogni. Singolo. Anno.

Forse è questo il miracolo natalizio:
la nostra capacità di sopravvivere a tutto questo senza scappare ai Caraibi.

lunedì 1 dicembre 2025

Quando il corpo ti parla: il mal di testa che mi ha fermato (per poi rilanciarmi)

 Quel fastidioso mal di testa

(Diario di un uomo che costruisce la sua seconda vita)

mal di testa




Introduzione

Ci sono giornate che iniziano con una sensazione precisa: un piccolo pulsare dietro le tempie, quel mal di testa fastidioso che non è mai doloroso al punto da fermarti, ma è abbastanza insistente da condizionare ogni pensiero. È un disturbo silenzioso, quasi timido, ma che sa diventare protagonista se non lo ascolti.
Oggi il mio è così: un ospite inatteso che bussa senza chiedere permesso.

In questo post voglio raccontare non solo il malessere in sé, ma ciò che rappresenta: uno specchio dello stile di vita, dei ritmi, delle ambizioni, dei cambiamenti che sto vivendo a 63 anni. E soprattutto, come sto imparando — giorno dopo giorno — a trasformare anche un semplice fastidio fisico in un esercizio di consapevolezza e rinascita personale.


Quando il corpo parla: ascoltarlo o ignorarlo?

Il corpo non mente mai. È la parte più sincera di noi, molto più della mente che spesso si perde in desideri, doveri, illusioni o corse inutili. Quel mal di testa, oggi, mi dice una cosa semplice: rallenta.
Forse è mancanza di sonno, forse stress accumulato, forse è il modo in cui la mente mi segnala che ho spinto troppo, come spesso faccio — tra lavoro, progetti creativi, impegni familiari e quel desiderio costante di migliorarmi.

Eppure il riflesso naturale è sempre lo stesso: ignorarlo. Una compressa, un po’ di caffè, e si riparte. Soprattutto quando sei una persona abituata a non mollare mai, come me.
Ma ignorare il corpo è una forma di autosabotaggio elegante, silenziosa, che prima o poi presenta il conto.


Mal di testa e stile di vita: un segnale, non un limite

Viviamo in un mondo che ci spinge continuamente oltre. Produrre, correre, accelerare, performare.
Anche nel mio percorso — tra i video sul mio canale YouTube “Napoleone1769”, le strategie di crescita personale, gli studi storici, i contenuti che preparo ogni giorno — ho spesso la tentazione di dire “ancora un po’, posso farcela”.

Ma non sempre è la strategia giusta.

A 63 anni non posso più permettermi di ignorare i segnali. Il mio corpo ha già attraversato momenti difficili — un infarto nel 2019, vari acciacchi, un dolore al polso che va e viene, la fascite plantare che ogni tanto ritorna.
Eppure continuo a ripetermi che la forza non è andare avanti a qualunque costo. La forza è imparare a fermarsi quando serve.

Il mal di testa di oggi, allora, lo guardo in modo diverso: non come un ostacolo, ma come un professorino che entra in classe e dice: “Antonio, due minuti, dobbiamo parlare”.


Piccoli rituali per ritrovare l’asse interiore

Ho iniziato la mattina con gesti piccoli ma importanti.
Apro la finestra: l’aria fresca entra decisa, come una scossa gentile.
Bevo un bicchiere d’acqua lentamente, assaporandolo come un segnale di cura.
Rilasso la fronte.
Faccio un respiro più lungo del solito. Poi un altro.

Mi accorgo che, nel farlo, qualcosa si raddrizza dentro di me.
La giornata non cambia — sono io a cambiare mentre la giornata mi viene incontro.


Il mal di testa come metafora della vita adulta

A volte quel pulsare non è solo fisico. È il riflesso di un carico mentale che portiamo dentro senza nemmeno accorgercene:

  • responsabilità

  • ruoli

  • aspettative

  • lavori urgenti

  • persone che amiamo e vogliamo proteggere

  • sogni che non vogliamo abbandonare

Il mal di testa è l’eco di tutto questo. È un ingorgo di pensieri che cercano un varco.

E allora ti fermi un attimo. Guardi cosa c’è davvero nel tuo presente.
Capisci che crescere, migliorarsi, ricostruire la propria vita — come sto facendo io in questo periodo — richiede disciplina, sì, ma anche gentilezza verso se stessi.


Personal Branding: anche la fragilità è parte del percorso

Uno dei punti principali della mia rinascita personale è costruire un brand che non sia artificiale, ma vero. Autentico.
Chi segue il mio canale YouTube, chi legge i miei blog, chi vede i miei post sui social non deve pensare che io sia un personaggio creato a tavolino. Voglio essere un uomo che cresce, sbaglia, riprova, cade e si rimette in piedi.

Raccontare un mal di testa può sembrare poco “epico”.
Ma la verità è che la credibilità di una persona — e di un brand personale — nasce proprio da queste zone d’ombra, dai momenti in cui ammetti che non sei imbattibile.
Che sei umano.

E proprio perché sei umano puoi migliorarti, trasformarti, scegliere una strada diversa da quella che la vita aveva tracciato per te.


Tra una tempia che pulsa e un sogno che chiama

Quando il mal di testa allenta la presa, la mente torna ai progetti.

Il canale YouTube “Napoleone1769”

Negli ultimi mesi sta diventando uno spazio importante della mia vita.
Un luogo dove condividere storia — quella vera, rigorosa, documentata — ma anche un luogo dove posso sperimentare nuove forme narrative, nuovi montaggi, nuovi approcci creativi.

Ogni video è un tassello della mia rinascita.
Ogni short è un esercizio di disciplina, visione, sintesi.
Ogni iscrizione è un piccolo segnale che sto andando nella direzione giusta.

E anche questo mal di testa, in fondo, mi dice che sto facendo tanto. Che sto costruendo. Che sto investendo energie — e che devo imparare a dosarle meglio.


Il ritmo della giornata: accettare, adattarsi, andare avanti

A un certo punto, lo senti: quel fastidio non se ne andrà subito.
Ma non ti fermerà nemmeno.

La vita adulta è proprio questo: imparare a convivere con piccole imperfezioni mentre porti avanti battaglie più grandi.

Così riprendo la mia routine.
Riapro i file che devo completare per lavoro.
Penso ai testi dei prossimi video.
Mi metto a programmare i post della giornata per i blog.
Ribalto e correggo qualche frase.
Guardo fuori dalla finestra.
Bevo un secondo bicchiere d’acqua.
E continuo.

Non serve sentirsi al massimo per essere comunque migliori di ieri.


Accettare la fragilità non è arrendersi: è crescere

In un mondo che ti dice di essere sempre forte, sempre produttivo, sempre sorridente, io sto imparando il contrario:
la forza vera è riconoscere quando hai bisogno di fermarti.

Non per mollare, ma per ripartire meglio.

Il mal di testa è solo un pretesto per entrare in contatto con una verità più grande: sto cambiando.
Sto costruendo una nuova identità.
Sto diventando un uomo più consapevole, più libero, più forte — non perché resiste a tutto, ma perché sa riconoscere i suoi limiti e li trasforma in risorse.


Conclusione: una giornata che può ancora sorprendere

Il mal di testa non è sparito del tutto, ma ha perso la sua voce.
Resta come un’eco lieve, un piccolo promemoria che mi accompagna mentre scrivo.
Ma non è più il protagonista.

Oggi la protagonista è la mia consapevolezza.
È la scelta di stare meglio.
È la volontà di prendermi cura di me, di ascoltare il mio corpo, di onorare la strada che sto costruendo, passo dopo passo.

E se stai leggendo queste righe, forse questo post è servito a te quanto a me:
per ricordarti che non sei solo nelle tue giornate storte, e che anche un fastidio può diventare una porta.


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domenica 30 novembre 2025

Come organizzare la casa da soli dopo una separazione: routine, errori e soluzioni di un papà casalingo

 Viaggio nella disperazione di un casalingo: cronache (molto umane) di sopravvivenza domestica

Essere un uomo di 63 anni, separato, con due figli giovani e una casa da mandare avanti non rientrava nel mio piano originale di vita. Avrei preferito dedicare quel tempo prezioso alla storia, alle mie letture su Napoleone, ai miei video per il canale YouTube, ai progetti digitali e persino alla mia eterna battaglia contro la procrastinazione.
E invece eccomi qui, protagonista inconsapevole di un nuovo capitolo: la vita da casalingo.

Lo ammetto senza vergogna: le pulizie non sono mai state il mio forte. Anzi, erano proprio l’antitesi della mia natura analitica e metodica. Nella mia precedente vita coniugale ero un “valido collaboratore”, sì, ma con un ruolo subordinato. Il direttore dei lavori era lei: decideva cosa, quando e come pulire; sceglieva i detersivi giusti; organizzava i tempi e la strategia come se stesse preparando la campagna d’Italia del 1796. Io ero il fante semplice che eseguiva.

Lampadari, tapparelle, oggetti da spostare, lavori che richiedevano forza o altezza? Erano affar mio.
Metodologia, coordinamento, passaggi successivi? Tutti affar suo.

Poi la vita cambia, e con essa le responsabilità.
Oggi in casa ci siamo io e i miei due figli, e la stragrande maggioranza delle incombenze domestiche è sulle mie spalle. Non c’è un “capo” che dirige le operazioni. Non c’è una voce fuori campo che ricorda cosa manca o cosa è fuori posto. Ci sono solo le mie mani, il mio cervello e un numero indefinibile di superfici da pulire.

Ed è qui che inizia il viaggio nella disperazione di un casalingo.


La rivelazione: serve un’organizzazione

All’inizio ho pensato ingenuamente: vabbè, pulire una casa non può essere così complesso.
Errore madornale.

Mi muovevo come un soldato confuso sul campo di battaglia. Camminavo verso la cucina, vedevo un velo di polvere: fermo tutto, devo spolverare.
Stavo riempiendo la lavatrice, ma intravedevo un oggetto storto in salotto: stop, riassettiamo.
Andavo a prendere una tazza per il caffè e notavo una briciola sul piano: non posso ignorarla.

Così facendo, non finivo mai nulla.
Era un perpetuo inseguire micro-problemi sparsi come piccole imboscate nemiche lungo il fronte.

Ho capito, dopo settimane di caos, che questa strategia non funzionava.
L’ho abbandonata come Napoleone abbandonò la campagna di Russia: con rassegnazione, fatica e un pizzico di dignità ferita.

Ho iniziato quindi a costruire una mia routine personale, senza cercare di imitare Marie Kondo o le influencer del pulito con le loro case immacolate che sembrano set cinematografici.


1. La regola d’oro: rifai il letto (sempre)

La mia prima rivoluzione domestica parte da un libro famoso: Fatti il letto, dell’


ammiraglio William H. McRaven.
Non è il genere di lettura che mi aspettavo di consultare, ma devo dire che mi ha stupito. L’idea è semplice: inizia la giornata completando un compito facile, e già ti sentirai meglio.

E aveva ragione.

Appena sveglio, dopo aver lavato i denti e bevuto il mio bicchiere d’acqua, rifaccio il letto.
Non mi interessa la psicologia dietro: è veloce, è semplice e soprattutto mi evita quella sensazione deprimente di rientrare in camera e trovare le lenzuola come un campo di battaglia.

Primo step fatto. E senza soffrire.


2. La colazione: ordine immediato

La mia colazione è un rituale:

  • Caffè con la Nespresso

  • Latte e cereali

  • Due fette di pan bauletto con marmellata

Un menu semplice, da uomo pratico che non vuole perdere tempo.

E dopo? Subito pulizia.

Lavo tazze e cucchiaini, sciacquo il lavandino, asciugo.
Tutto richiede pochi secondi, ma fa un’enorme differenza: vedere la cucina sgombra al mattino è uno dei piccoli piaceri della vita.


3. Il bagno: il regno del caos (causato dai figli)

Il bagno è la stanza più critica.
Preferisco pulirlo la sera, con calma. Lo lascio splendente, quasi da rivista.
E poi succede il miracolo rovesciato: i figli rientrano, magari tardi, e in dieci minuti fanno sembrare il bagno la tenda da campo dopo Wagram.

Non c’è libro di McRaven che tenga di fronte a due adolescenti insonni.

Ma ho preso l’abitudine di fare un controllo rapido al mattino:

  • asciugo il lavandino

  • rimetto in ordine gli oggetti

  • passo velocemente la spugna sullo specchio, se serve

Non è una pulizia profonda, ma è sufficiente per mantenere il controllo del territorio.


4. La cucina serale: il fronte più impegnativo

La cucina è il luogo in cui, ogni sera, avviene il “grande disastro”. Piatti, pentole, schizzi sul piano di lavoro: una battaglia quotidiana.

Mi sono dato una regola ferrea:
mai andare a dormire con la cucina sporca.

La sera, terminata la cena, entro in modalità “operazione di bonifica”:

  • metto i piatti in lavastoviglie

  • pulisco i fornelli

  • sgrasso il piano

  • passo la spugna sui mobili vicini

È un impegno, ma ti giuro che svegliarsi al mattino con la cucina pulita è una sensazione che vale tutto lo sforzo.


5. Le camere: ordine variabile (a seconda delle giornate)

La gestione delle camere cambia molto se sono in smart working.

Nei giorni normali riesco solo a spolverare velocemente e aprire bene le finestre.
Ma nei giorni in smart working, durante la pausa pranzo faccio il colpo grosso:

  • passo l’aspirapolvere

  • rassetto gli oggetti

  • pulisco piccoli accumuli di polvere

Mangio al volo un panino, quindi mi restano trenta minuti buoni.
E li sfrutto bene: sembra una piccola sciocchezza, ma questa mezz’ora fa la differenza tra una casa vissuta e una casa abbandonata.


6. Il sabato mattina: la grande battaglia settimanale

Il sabato mattina è il mio appuntamento fisso con le pulizie approfondite.
Vuoi perché ho più tempo, vuoi perché la settimana accumula sempre qualcosa, questo è il giorno in cui divento realmente un “casalingo serio”.

Le operazioni prevedono:

  • spolveraggio completo dei mobili

  • aspirapolvere in ogni stanza

  • lavaggio accurato dei pavimenti

  • pulizia dei bagni più dettagliata

  • controllo degli angoli dimenticati

Ci metto quattro ore.
Lo ammetto: sono lento, metodico, quasi pignolo.
Ma alla fine della mattina la casa è pulita, ordinata, respirabile.

E, sorprendentemente, questo mi dà un senso di pace che non pensavo possibile.
Forse è così che ci si sente dopo una vittoria tattica.


Cosa ho imparato da questo viaggio?

  1. Le pulizie non sono scontate.
    Dietro una casa ordinata c’è un lavoro enorme che molti uomini ignorano fino a quando non lo fanno da soli.

  2. Serve disciplina.
    Non diversa da quella che uso per i miei video storici, per il mio canale o per scrivere contenuti.

  3. Una routine ti salva la vita.
    Anche nelle pulizie, come nella crescita personale, la differenza la fanno le micro-abitudini.

  4. Non bisogna combattere tutto in un giorno.
    La casa è un fronte eterno: lo gestisci, non lo conquisti.

  5. Fare ordine fuori aiuta a fare ordine dentro.
    Essere casalingo, paradossalmente, mi ha reso più efficiente anche nel lavoro creativo.


E qui entra in gioco il Personal Branding

Perché raccontare tutto questo?
Perché fa parte della mia storia.

Chi segue il mio canale YouTube dedicato alla storia napoleonica sa che spesso parlo non solo di battaglie e imperatori, ma anche di vita, disciplina, routine e trasformazioni personali.

Raccontare il mio percorso da "casalingo improvvisato" è un modo per essere autentico.
E la verità è che anche qui, come in una campagna napoleonica, bisogna saper organizzare le risorse, pianificare, correggere gli errori, mantenere il morale alto e procedere passo dopo passo.

Se ti appassionano:

  • la storia

  • le vite dei grandi personaggi

  • le curiosità sull’epoca napoleonica

  • i miei esperimenti di crescita personale

  • e vuoi sostenere questo percorso di rinascita

allora ti invito con piacere a visitare e iscriverti al mio canale:
👉 YouTube: Napoleone1769

Ogni iscrizione è un incoraggiamento, ogni visual è un passo avanti, ogni commento un dialogo che arricchisce entrambi.


Conclusione: il casalingo che non ti aspetti

Non avrei mai pensato di scrivere un post del genere.
Fino a qualche anno fa mi vedevo come un uomo immerso nei libri, nei progetti digitali, nella vita lavorativa e nei mille piani per diventare una versione migliore di me stesso.

Oggi sono tutto questo… e anche un casalingo.
E, incredibilmente, non lo vivo come una sconfitta, ma come un’evoluzione.

Pulire casa non è soltanto togliere polvere o lavare pavimenti.
È un modo per prendersi cura di sé e delle persone che vivono con te.
È un gesto di responsabilità, di autonomia, e persino di dignità.

E mentre passo l’aspirapolvere o lavo i piatti, mi capita di pensare:
se Napoleone fosse stato casalingo, probabilmente avrebbe inventato il modo più veloce e metodico per rendere la casa perfetta.

Io non sono Napoleone.
Ma, nel mio piccolo, cerco ogni giorno di migliorarmi — come uomo, come padre, come professionista, come creatore… e anche come casalingo.

E questo viaggio, fatto di fatica, ironia e qualche detersivo, è un altro passo verso quella rivoluzione personale che sto costruendo giorno dopo giorno