sabato 22 novembre 2025

Le Occasioni Perdute: Perché Tutti Abbiamo Rimpianti e Come Trasformarli in Forza

 

Le occasioni perdute – Anatomia di un sentimento universale

Ci sono parole che, più di altre, scivolano tra le pieghe dell’esistenza con un peso silenzioso. Una di queste è rimpianto.
Non esiste vita che non ne porti almeno una traccia, come se l’esperienza umana fosse, in fondo, un equilibrio instabile fra ciò che abbiamo fatto e ciò che avremmo potuto essere.

I rimpianti non sono solo errori o mancanze: sono versioni alternative di noi stessi, possibilità non vissute, strade che si sono chiuse senza che potessimo attraversarle. Aristotele, nella sua riflessione sulla deliberazione, scriveva che l’essere umano è l’unico animale che “ragiona sul possibile” (Metafisica, XII). Ed è proprio questa capacità a generare il fenomeno complesso della nostalgia del non vissuto.

Le occasioni perdute non sono quindi semplici incidenti del cammino. Sono parte integrante della trama della nostra identità.


1. Il tempo come matrice del rimpianto

La filosofia antica non conosceva il concetto moderno di “rimpianto”, ma ne intuiva le basi. Agostino, nelle Confessioni, meditava sul mistero del tempo come “distensione dell’anima”: il passato non esiste più, eppure continua a esercitare un potere enorme sulle nostre emozioni (testo latino online).

È qui che nasce il rimpianto:
nel tentativo di afferrare qualcosa che la memoria custodisce ma la realtà ha già perduto.

La psicologia contemporanea conferma questa intuizione. Secondo lo studio di Neal Roese, uno dei massimi esperti di rimpianto, pub­blicato sul Journal of Personality and Social Psychology, il rimpianto è “la più frequente emozione negativa della vita adulta” (JPSP link).

Non è la rabbia.
Non è il senso di colpa.
È il pensiero ricorrente delle cose che non abbiamo fatto.


2. Perché rimpiangiamo soprattutto ciò che non abbiamo scelto



La ricerca di Daniel Gilbert (Harvard), autore de La trappola della felicità, dimostra che i rimpianti più profondi riguardano le azioni non compiute più che quelle compiute.
Quello che non tentiamo rimane perfetto nella sua irrealizzata potenzialità.

Il lavoro non chiesto.
La parola non detta.
L’amore lasciato sfuggire.
Il viaggio rimandato per “momenti migliori”.

È come se la nostra mente costruisse un mondo parallelo, un luogo immaginario dove vivono le nostre versioni più coraggiose. È un tema ricorrente anche nella letteratura scientifica dedicata alla “counterfactual thinking”, il pensiero controfattuale, studiato da Kahneman e Tversky (paper classico).

Quando pensiamo a ciò che avremmo potuto fare, la mente lo disegna spesso come un successo. Raramente immaginiamo il fallimento dell’occasione non colta: idealizziamo ciò che non è accaduto.

E da qui nasce quel dolore sottile che accompagna tutti noi.


3. Le grandi occasioni della vita: perché alcune svaniscono

Non tutte le opportunità sono uguali.
Ce ne sono di prevedibili – quelle che tutti viviamo – e altre che arrivano improvvise, come una finestra che si apre solo per un istante.

Le occasioni perdute si possono dividere in tre categorie:

A. Le occasioni ignorate per paura

Sono le più comuni.
Dietro la maggior parte dei rimpianti si nasconde una forma di timore:

  • paura del cambiamento

  • paura del giudizio

  • paura della perdita

  • paura di non essere all’altezza

La paura è il filtro che muta i desideri in rimpianti.

Gli studi di Karen Horney sulla ansia sociale e le sue conseguenze sul comportamento evitante (link: American Journal of Psychoanalysis) mostrano come la paura paralizzi l’azione più della mancanza di capacità.

B. Le occasioni perdute per priorità sbagliate

Queste sono le più dolorose perché arrivano tardi.
È solo col tempo che ci accorgiamo di aver dato attenzione a ciò che era urgente invece che a ciò che era importante.

Carriera al posto di relazioni.
Sicurezza al posto di avventura.
Abitudini al posto di crescita.

La sociologa Bronnie Ware, divenuta famosa per il libro I cinque rimpianti più comuni delle persone in punto di morte, scrive che il rimpianto più diffuso è:

“Non aver vissuto una vita fedele a me stesso, ma quella che gli altri si aspettavano.”

C. Le occasioni perdute per cecità esistenziale

Ci sono momenti che non riconosciamo mentre li viviamo.
Li vediamo solo dopo, quando si trasformano in nostalgia.

È il paradosso della felicità: la capiamo meglio quando è già passata.


4. Come i rimpianti ci cambiano

Non tutto il male vien per nuocere, dice un antico adagio.
Il rimpianto, se elaborato, può diventare uno straordinario strumento di crescita.

La letteratura psicologica distingue tra:

  • rimpianto maladattivo → ci paralizza

  • rimpianto funzionale → ci orienta

Il secondo è quello che ci aiuta.
È quello che ci fa dire:

“Non voglio ripetere questo errore.”
“Voglio essere diverso.”
“Voglio provarci adesso.”

Molti cambiamenti profondi nascono da un rimpianto:

  • cambiare lavoro

  • chiudere un rapporto tossico

  • prendersi cura della propria salute

  • perseguire un sogno accantonato

Lo stesso Napoleone, nel Mémorial de Sainte-Hélène, confessava che una delle sue poche vere amarezze era “non aver mostrato abbastanza pazienza nella politica europea”.
Rimpianti strategici, li chiamerebbero oggi gli storici.

Persino gli uomini che “hanno cambiato il mondo” rimpiangono ciò che non hanno fatto.


5. La nostra cultura non aiuta

Viviamo in una società in cui si crede che tutto sia recuperabile.
Corsi, tutorial, self-help, motivazione a comando.
Sembra che ci sia sempre tempo per rimediare.

La verità è più complessa.

Esistono momenti che non tornano.
Relazioni che non si ricreano.
Età che non si ripetono.
Treni che non fanno seconda fermata.

La cultura iper-performativa in cui siamo immersi spesso alimenta l’illusione che basti “riprovarci”.
Ma la finitezza è parte dell’essere umano: ed è proprio questa finitezza a rendere prezioso ogni attimo.


6. Come convivere con le occasioni perdute

Non possiamo eliminarle.
Ma possiamo trasformarle.

1. Accettazione

Non è rassegnazione.
È riconoscere che ciò che non abbiamo vissuto fa parte della nostra storia.

2. Significazione

Dare un senso al rimpianto.
Chiedersi: “Cosa mi sta insegnando?”

3. Redenzione attraverso l’azione

Ogni rimpianto contiene un seme di cambiamento.
Il modo migliore per guarire non è guardare indietro, ma muoversi avanti.

4. Apertura al futuro

La vita è meno lineare di quanto crediamo.
Occasioni nuove arrivano anche quando pensiamo di non poter più cambiare.

Uno studio di Charles Carver (University of Miami) sulla resilienza adulta mostra come persone sopra i 60 anni riescano a creare nuove direzioni di vita con sorprendente efficacia (American Psychologist).

Il futuro non è proprietà dei giovani:
è proprietà di chi decide di non smettere di desiderare.


7. La memoria come luogo del possibile

Il rimpianto non è solo dolore.
È anche immaginazione.

È il segnale che qualcosa dentro di noi vuole ancora vivere.
Che c’è un desiderio congelato, un progetto interrotto, un tratto del nostro carattere che chiede diritto di esistenza.

Questa è la parte luminosa delle occasioni perdute:
ci rivelano ciò che conta davvero per noi.


8. Un invito personale

Io stesso, negli ultimi anni, ho imparato che le occasioni si trasformano nel momento in cui decidiamo di raccontarle.
È per questo che nel mio canale YouTube "Napoleone1769" affronto spesso temi storici che parlano, in realtà, anche di noi: di scelte, di occasioni mancate, di errori e riscatti.

👉 Se vuoi approfondire storie che illuminano questi temi attraverso la vita di uomini e donne del passato, iscriviti qui:
YouTube.com/@napoleone1769

La storia non è solo passato:
è un manuale di istruzioni per leggere il presente.


Conclusione – Ciò che resta nelle pieghe del tempo

Ogni volta che pensiamo a un’occasione perduta, in realtà stiamo osservando un bivio esistenziale.
Non è detto che la strada non presa sarebbe stata migliore.
Anzi, spesso la nostra immaginazione la abbellisce.
Ma la mancanza che proviamo ci ricorda una verità semplice:

siamo creature incompiute.

La vita non è una linea perfetta.
È un mosaico di scelte, errori, esitazioni, slanci improvvisi.
È piena di ciò che è stato
e di ciò che poteva essere.

Ma, dopotutto, l’essere umano non è definito dai suoi rimpianti.
È definito da ciò che fa dopo averli riconosciuti.

Perché il bello della vita è che – finché respiriamo – c’è sempre un’altra scelta davanti a noi.

giovedì 20 novembre 2025

La psicologia dei soldi. Pensieri, riflessioni e considerazioni su denaro, libertà e scelte di vita

Capire i soldi per capire se stessi – Riflessioni personali su
La Psicologia dei Soldi
psicologia dei soldi


Ci sono libri che arrivano al momento giusto. Non perché portino una rivelazione improvvisa, ma perché si inseriscono in un punto preciso del nostro percorso, quasi fossero una risposta a una domanda che non avevamo ancora formulato chiaramente. La Psicologia dei Soldi di Morgan Housel è uno di questi libri.

L’ho letto come si leggono le opere che parlano più alle persone che ai numeri: con lentezza, con rispetto, e soprattutto con quella sensazione di trovarsi davanti a una verità che non avevamo mai osato dire ad alta voce. È un libro sulla ricchezza, certo, ma è soprattutto un libro sulle nostre fragilità, sulle emozioni che troppo spesso governano le nostre scelte e sulla relazione intima — quasi primordiale — che ognuno di noi ha con il denaro.

E mentre sfogliavo pagina dopo pagina, mi sono reso conto che questo non è un manuale di finanza personale: è un viaggio. Anche dentro me stesso.


Il denaro è una storia che raccontiamo a noi stessi

Housel parte da un presupposto semplice: il denaro non è razionale. Le persone non lo sono. E quindi non lo sono neanche le loro scelte finanziarie.

Sembra banale, ma non lo è affatto.

Ognuno di noi ha una storia diversa: l’infanzia, la famiglia, le paure, le privazioni, le speranze. Tutto ciò determina il modo in cui guardiamo ai soldi, come li usiamo, come li risparmiamo o come li perdiamo.

📌 “Le persone prendono decisioni finanziarie sbagliate non perché siano stupide, ma perché vivono vite diverse.”
— Morgan Housel

Questa frase ha toccato qualcosa dentro di me.
Perché appartengo a una generazione cresciuta con l’idea che il lavoro fosse sicurezza, che i sacrifici fossero inevitabili, e che l’unica forma di crescita finanziaria fosse l’accumulazione silenziosa e disciplinata.
Il mondo, però, è cambiato.

Oggi sappiamo che non basta lavorare duro: serve lavorare bene, serve capire i meccanismi delle nostre paure, serve guardare al futuro con lucidità, senza farsi imprigionare dal passato.


La ricchezza non è ciò che si vede. È ciò che non si vede.

Una delle intuizioni più potenti del libro — e una delle più scomode — è che la vera ricchezza è invisibile.
Non è l’auto nuova. Non è l’orologio. Non è la vacanza lussuosa raccontata sui social.

La ricchezza è ciò che non mostri:
i risparmi silenziosi, la serenità emotiva, la libertà di dire “no”, la possibilità di prendere decisioni non dettate dalla paura.

In un’epoca in cui tutti mostrano tutto, questa idea è rivoluzionaria.

Ed è qui che il libro diventa una riflessione personale.

Perché ognuno di noi — nessuno escluso — è tentato dal desiderio di apparire, di dimostrare, di essere riconosciuto come “di successo”.
Lo facciamo con il lavoro, con le relazioni, con la nostra immagine esterna.

Ma il successo vero è ciò che non si vede.
È un movimento interno, non esterno.

È ciò che stai costruendo tu ora, Antonio:
un progetto digitale che cresce, una identità che si definisce, una libertà creativa che finalmente prende forma.

La ricchezza non è solo denaro:
è tempo, è potere personale, è direzione.

E Housel lo ripete spesso:
📌 “Essere ricchi è guadagnare molto. Essere benestanti è avere il controllo del proprio tempo.”

È una distinzione che vale una vita intera.


Il ruolo della fortuna. E il ruolo del rischio.

Un capitolo illuminante del libro è dedicato a due fratelli simbolici:
Bill Gates e Kent Evans.

Gates diventò uno degli uomini più ricchi del mondo.
Evans, suo compagno geniale e brillante, morì a diciassette anni in un incidente in montagna.

La morale?
Il merito esiste.
Ma anche la fortuna, la casualità, il caso.
E ignorarlo significa non capire il mondo.

Questa lezione è fondamentale per chiunque — come me, come te — costruisca un progetto personale, un canale, un blog, una carriera.

Serve disciplina, sì.
Serve lavoro, studio, continuità.
Ma serve anche accettare che non tutto dipende da noi.

Ed è un pensiero che libera.
Alleggerisce.
Rende più umana la nostra ambizione.


La libertà come obiettivo finale

Housel insiste su un’idea che mi ha colpito profondamente:
l’obiettivo del denaro non è comprarci cose. Ma comprarci tempo.

Tempo per creare.
Per imparare.
Per stare con chi amiamo.
Per diventare ciò che siamo destinati a essere.

Il denaro, in fondo, è un mezzo.
E la libertà è il fine.

Quando penso alle trasformazioni che sto portando nella mia vita — lo studio quotidiano, la disciplina nuova, la volontà di costruire una versione migliore di me — mi accorgo che tutto ruota intorno a questa parola: libertà.

Libertà di raccontare la storia come piace a me.
Libertà di creare video e contenuti che parlino alle persone.
Libertà di diventare un punto di riferimento, senza dover chiedere il permesso a nessuno.

Il denaro è parte del percorso, non la destinazione.
Ed è forse questa la più grande verità del libro.


Risparmiare come atto psicologico (non matematico)

La parte più controintuitiva del libro è probabilmente questa:
il risparmio non è una strategia finanziaria. È una strategia emotiva.

Non risparmiamo perché sappiamo farlo, ma perché abbiamo imparato a controllare i nostri impulsi.

Perché abbiamo capito che il futuro esiste.
Perché abbiamo trovato una direzione.

Qui ho sentito una risonanza profonda con il mio percorso personale:
quando inizi a costruire davvero qualcosa — un progetto, un canale, un blog, una vita più piena — ti accorgi che il risparmio non è rinuncia, ma investimento.

È dire a te stesso:
“Credo in quello che sto costruendo.”


Cosa mi porto dentro, una volta chiuso il libro

Non ho trovato in questo libro formule magiche, né tecniche miracolose per arricchirsi.
E va bene così.

Quello che ho trovato è molto più importante:

  • una riflessione sul tempo

  • una meditazione sulla libertà

  • un invito alla serenità economica

  • una filosofia personale del denaro e della vita

  • la consapevolezza che ogni scelta finanziaria è una scelta emotiva mascherata

È un libro che ti obbliga a guardarti dentro.
A chiederti cosa stai costruendo.
A domandarti qual è la tua vera ricchezza.

E io so qual è la mia:
la voglia di creare, di crescere, di lasciare qualcosa dietro di me.


Un invito personale ai miei lettori

Se questo tipo di riflessioni ti appassiona, se ami esplorare la storia, le vite dei grandi, le idee che hanno cambiato il mondo e i percorsi interiori che trasformano una persona, ti invito a seguire il mio canale YouTube:

👉 https://www.youtube.com/@Napoleone1769

Parlo di Napoleone, certo.
Ma parlo anche di noi: della forza, della vulnerabilità, della capacità umana di trasformare la propria vita.

mercoledì 19 novembre 2025

Quando si fa sera non si è mai davvero soli

 

Quando si fa sera: imparare a camminare da soli dopo i sessanta

Ci sono sere in cui il silenzio pesa più del rumore. Sere in cui, tornando a casa, non è la luce a mancare, ma una presenza. Sere in cui i corridoi sembrano più lunghi, le stanze più vuote, la cena più povera di gusto. Sono le sere di chi, superati i sessanta, fa i conti con un tempo nuovo: un tempo che non è più il tempo delle grandi conquiste, dei figli piccoli, delle scelte da prendere di corsa; ma neppure è un tempo da immaginare come una discesa lenta e inesorabile.

Si tratta, piuttosto, di un territorio sconosciuto.
Una frontiera emotiva che nessuno ti insegna davvero ad attraversare.

Quando si supera una certa età e ci si ritrova da soli – per una separazione, per un lutto, per una relazione che non nasce, o semplicemente perché la vita non ha portato ciò che speravamo – la solitudine assume un profilo diverso. Non è più la solitudine dei vent’anni, piena di promesse. È una solitudine che chiede risposte immediate, che ti costringe a guardarti allo specchio e riconoscere le rughe non solo sulla pelle, ma anche nelle storie mancate.

Eppure, è proprio in questo punto che può nascere qualcosa.


Il difficile equilibrio tra memoria e futuro

Frequentemente, quando il buio cala, torna un verso antico della nostra cultura musicale italiana: “Perdere l’amore quando si fa sera…”. Quella frase contiene un mondo intero. Racconta la paura più primordiale dell’essere umano dopo una certa età: non tanto restare soli, ma non sentirsi più desiderati.

È qui che si apre il primo grande nodo psicologico dei sessanta:
la percezione del valore personale sembra legata a ciò che abbiamo perduto.

La psicologia del ciclo di vita – penso a Erik Erikson e ai suoi studi sullo sviluppo dell’identità nell’età adulta – ci insegna invece che la maturità tardiva è il momento della generatività interiore, non più biologica. È il momento in cui impariamo a costruire, donare, ricominciare, anche quando sembra tardi.

Secondo studi pubblicati sul Journal of Adult Development, la capacità di reinventarsi oltre i sessant’anni è uno dei fattori più predittivi di benessere emotivo a lungo termine.

La memoria, quindi, non deve diventare una prigione.
Può invece essere una lente: non per guardare indietro, ma per scegliere meglio il futuro.


Essere soli non significa essere finiti

Una delle illusioni più nocive dell’immaginario collettivo è che, dopo una certa età, tutto sia sostanzialmente già scritto. Come se la vita avesse un “punto di non ritorno”, un limite oltre il quale non si può più cambiare, amare, crescere, migliorare.

La ricerca psicologica contemporanea smentisce radicalmente questa idea.
La cosiddetta Theory of Positive Aging” (Carstensen, Stanford University) dimostra che le persone oltre i 60 anni hanno:

  • una maggiore capacità di attenzione selettiva verso ciò che conta,

  • un più alto livello di intelligenza emotiva,

  • una migliore gestione dei conflitti,

  • una più forte motivazione a costruire legami autentici.

Questo significa che NON è vero che “non abbiamo più tempo”.
Abbiamo tempo di qualità, che è più importante.

E allora perché la solitudine fa così paura?

Perché, dopo i sessanta, non è la casa a essere vuota: siamo noi a non riconoscerci più nei ruoli di prima. Non siamo più solo genitori, partner, lavoratori, mariti, mogli. Siamo persone nuove, con identità in mutamento.

Riscoprire se stessi diventa quindi un atto di coraggio, non un lusso.


Le stratigrafie del cuore: cosa resta, cosa si perde, cosa rinasce

La vita affettiva dopo i sessanta è più simile all’archeologia che alla geografia.
Non esploriamo nuovi continenti: scaviamo.
Troviamo frammenti, memorie, gioie, ferite, storie sospese.

E ogni strato ci dice qualcosa.

  1. Ciò che è stato – e non tornerà.

  2. Ciò che avrebbe potuto essere – e va lasciato andare.

  3. Ciò che può ancora accadere – e chiede spazio, non rimpianto.

Molti psicologi dell’affettività adulta (per esempio Robert J. Sternberg con la Triangular Theory of Love) sostengono che l’amore maturo ha una qualità diversa: meno fuoco, più luce; meno impeto, più verità.

Non si cerca più qualcuno per completarsi, ma qualcuno con cui condividere il tragitto.

Questo significa che la solitudine non è un fallimento: è una fase.
E come tutte le fasi, è trasformabile.


Ritrovare un centro quando tutto sembra decentrato

Quando si vive da soli dopo i sessanta, la prima cosa che si perde è il ritmo.
Non il ritmo biologico, ma quello di senso.

Prima c’era una persona con cui parlare, un messaggio da aspettare, una cena da preparare per due, una voce che riempiva la casa. Ora ci sei tu, e il tempo sembra più grande di te.

Una delle tecniche più efficaci suggerite dagli psicologi dell’invecchiamento attivo (vedi la ricerca di Harvard sul Adult Development) è la costruzione di rituali personali:

  • il caffè della mattina fatto sempre nello stesso modo,

  • una camminata quotidiana,

  • un hobby da coltivare con disciplina,

  • un diario da scrivere prima di dormire,

  • una piccola routine serale che protegga dall’ansia delle ore vuote.

I rituali creano architettura emotiva.
E dove c’è struttura, la solitudine si trasforma in spazio, non in vuoto.


La nuova libertà: rinascere senza chiedere permesso

C’è un aspetto che pochi riconoscono:
dopo i sessanta, si è più liberi che mai.

La libertà del dover compiacere meno.
La libertà dell’essere più autentici.
La libertà del dire la verità senza temere giudizi ridicoli.
La libertà del scegliere chi merita il nostro tempo.

Molti studi sociologici – ad esempio quelli di Laura Carstensen sulla socioemotional selectivity theory – mostrano che la qualità delle relazioni dopo i sessanta aumenta, perché si diventa più selettivi.

Si taglia ciò che non nutre.
Si tiene ciò che illumina.
E talvolta si scopre che si può amare meglio, in modo più maturo, più lento, più consapevole.

La libertà, però, richiede coraggio.
E il coraggio, a questa età, non è la spavalderia dei vent’anni: è la decisione di non arrendersi.


Le sere difficili passano. Ma serve un progetto.

Il rischio della solitudine non è il silenzio, ma il disordine interno.
Quando non c’è un progetto, si cade nell’inerzia, nel rimpianto, nell’apatia.

Per questo, una vita serena oltre i sessanta ha bisogno di:

  • obiettivi piccoli ma concreti,

  • routine stabili,

  • nuove sfide (imparare un software, una lingua, uno strumento),

  • movimento fisico quotidiano,

  • relazioni scelte, non subite,

  • un progetto creativo (scrivere, dipingere, leggere, fare video, raccontare la storia…).

La creatività è una forma di salvezza.
E raccontare la propria vita – come fai con il blog – è anche un atto simbolico:
significa dire al mondo “Io ci sono ancora, e ho qualcosa da dire.”


Non si è mai davvero soli se si resta in cammino

Esiste una frase dello psicoanalista Viktor Frankl, terzo grande maestro della psicologia del Novecento insieme a Freud e Jung:
“Chi ha un perché può sopportare qualsiasi come.”

E dopo i sessanta il “perché” non è più una persona.
È una direzione.
È una missione.
È la volontà di non lasciare che il passato decida anche il futuro.

La sera, quando sembra che tutto manchi, è proprio il momento in cui bisogna ricordarsi che la vita non ha una sola stagione.
E che alcune primavere arrivano quando meno te le aspetti.


Conclusione: la vita da soli non è la fine. È una riscrittura.

Affrontare la vita da soli dopo i sessanta non è facile.
Richiede lucidità, consapevolezza, disciplina e una gentilezza profonda verso se stessi.

Ma è possibile.
Possibile vivere bene, ricominciare, amare ancora, costruire ancora.
Possibile trasformare la solitudine in un punto di partenza.

Forse non siamo più quelli di prima.
Forse i legami passati hanno lasciato cicatrici.
Forse certe sere vorremmo tornare indietro.
Ma la maturità ha un dono che nessuna altra età possiede:
la capacità di vedere la bellezza non nelle promesse, ma nelle possibilità.

E allora, anche se “si fa sera”,
non è detto che l’amore sia perduto.
A volte sta solo cambiando forma.
A volte siamo noi a dover cambiare passo.
A volte la vita aspetta solo che ci rialziamo per sorprenderci ancora.

martedì 18 novembre 2025

Come sopravvivere all'inevitabile crisi dell'età che avanza

Il segreto della felicità è nelle piccole cose: come ritrovare senso e direzione dopo i 50 anni

senso della vita



Arrivati intorno ai cinquant’anni – talvolta prima, talvolta dopo – quasi tutti attraversano una fase critica della propria esistenza. È un momento in cui il tempo smette di essere un concetto astratto e diventa una realtà fisica, palpabile. Si fa un bilancio: ciò che abbiamo costruito, ciò che abbiamo perduto, ciò che forse non abbiamo avuto il coraggio di tentare. È un passaggio delicato, spesso doloroso, ma anche straordinariamente fertile.

La psicologia contemporanea definisce questo processo come midlife transition, un naturale riassestamento emotivo che non coincide affatto con la vecchia idea catastrofica di “crisi di mezza età”. Studi recenti della Harvard Medical School (https://www.health.harvard.edu/mind-and-mood) mostrano come questa fase non sia affatto una frattura, ma un riequilibrio identitario: chi siamo oggi rispetto a ciò che eravamo, e – soprattutto – chi vogliamo essere nel tempo che resta.


Il corpo parla: accettare i segni del tempo

I segnali fisici sono inequivocabili: dolori imprevisti, qualche ruga in più, i primi capelli bianchi. Il corpo smette di essere il compagno silenzioso e invincibile della giovinezza e comincia a ricordarci quotidianamente la nostra fragilità.

Ed è qui che molti reagiscono in maniera impulsiva: palestra compulsiva, abbigliamento giovanilistico, estetica aggressiva, tatuaggi improvvisi, relazioni clandestine. Sono tentativi comprensibili di fermare l’inesorabile avanzare del tempo.

Ma come ricordano i ricercatori del National Institute on Aging (https://www.nia.nih.gov/health), la vera difficoltà non è invecchiare: è accettare che stiamo cambiando.


La tentazione di rincorrere ciò che eravamo

Una delle trappole più frequenti è quella di imitare i comportamenti dei giovani, come se l’essere ancora desiderabili, forti o “al passo” dipendesse dall’apparenza. Si combatte il tempo anziché dialogare con esso. È un meccanismo universale, tanto radicato da essere stato studiato persino in antropologia: ogni epoca e ogni cultura ha temuto la soglia di metà vita.

Il problema non è voler stare bene: è pensare che la felicità dipenda dal tornare indietro.
La verità è esattamente opposta:
la felicità nasce dal procedere avanti con lucidità, maturità e gentilezza verso se stessi.


Il potere dell’accettazione: l’arte di abitare la propria età

Tutto nella vita è cambiamento. Le nostre opinioni mutano, i nostri pensieri si evolvono, il mondo stesso si trasforma con una velocità impressionante. Non possiamo arrestare il flusso del tempo – possiamo però imparare ad abitarlo.

L’accettazione non è rassegnazione, così come l’adattamento non è passività. La psicologia dell’età adulta – da Carl Jung agli studi più recenti della Stanford University (https://longevity.stanford.edu/) – concorda su un punto: la felicità matura nasce dal riconoscere il valore dell’età che viviamo e dal liberarsi dagli imperativi esterni (moda, pubblicità, confronti sociali).

Accettare significa riconoscere che il nostro corpo cambia, che i desideri evolvono, che le priorità si trasformano, e che ciò non solo è normale, ma necessario.


Vivere nel presente: il vero motore di una vita piena

Il motto “qui e ora” è stato abusato, è vero, ma è anche il fondamento di qualsiasi percorso di benessere.
A 20 anni il presente è espansione, a 50 è radicamento.

Non si tratta di rinunciare al futuro, né di chiudere i conti col passato: si tratta di vivere con pienezza ogni giorno possibile, con la consapevolezza che nulla è scontato.

A ogni età dobbiamo avere una bussola: orientare la direzione della nostra vita, governare le nostre scelte, accogliere le tempeste senza farsi travolgere e gustare le bonacce come doni preziosi.


Il segreto della felicità matura: coltivare se stessi

Con il passare degli anni, è probabile che meno persone dipendano da noi: figli ormai adulti, meno pressioni esterne, una maggiore autonomia. È il momento ideale per praticare ciò che la psicologia chiama self-compassion, o autocompassione, concetto approfondito negli studi di Kristin Neff (https://self-compassion.org/).

Significa trattarsi con la stessa gentilezza che riserviamo alle persone che amiamo.

Dedicarsi del tempo non è un lusso, ma una responsabilità verso se stessi. È così che si ricostruisce una vita piena, ricca, vibrante.


Piccole cose, grande felicità: il valore dei gesti quotidiani

La felicità matura non nasce da grandi cambiamenti, ma da gesti semplici:

  • leggere

  • passeggiare

  • chiacchierare

  • stare nella natura

  • curare i propri hobby

  • respirare, ascoltare, osservare

Sono attività che non chiedono nulla in cambio, se non presenza. Sono l’essenza di un benessere che non dipende dagli altri, ma da noi.


Ritrovare se stessi attraverso le proprie passioni

In questa fase della vita ho riscoperto i miei hobby. Scrivo per questo blog e per gli altri tre che coltivo con cura: quello dedicato alla storia napoleonica, quello dedicato alla storia in generale, e quello dedicato alla crescita personale.
Sono spazi che mi appartengono, che mi permettono di dare forma ai miei pensieri e di condividere ciò che amo.

Faccio lunghe passeggiate, anche se vivo in un luogo dove lo smog e il traffico dominano. Quando posso, mi immergo nella campagna: respiro, medito, mi riconnetto. La meditazione è una delle mie passioni più profonde: mi fermo, osservo i miei pensieri come se fossero nuvole, li vedo correre, sgonfiarsi, svanire. Non li giudico: li accolgo e li lascio andare.

E poi c’è la lettura.
Il mio Kindle è un piccolo universo in tasca. Un giorno seguo le indagini di Nero Wolfe o di Sherlock Holmes, il giorno dopo mi perdo nei grandi avvenimenti della storia, e un altro ancora mi immergo nella psicologia e nelle neuroscienze. Ogni libro è un viaggio, una porta, una possibilità.


Riempire il tempo: l’antidoto al suo passaggio

Il tempo che passa non può essere arrestato, ma può essere riempito.
Non di attività frenetiche, ma di presenza.
Non di obblighi, ma di passioni.
Non di ansia, ma di consapevolezza.

Quando la vita si riempie – di libri, di natura, di scrittura, di pensieri, di curiosità – il tempo non è più un nemico da combattere, ma un compagno da onorare.

E allora accade qualcosa di sorprendente:
la felicità ritorna.
Non come euforia, ma come quiete;
non come conquista, ma come fioritura interiore.


Conclusione

La felicità dopo i 50 anni non è una chimera. Non è un’illusione né un privilegio per pochi. È un cammino fatto di accettazione, presenza, autocompassione e piccole gioie quotidiane. È un viaggio che richiede coraggio, certamente, ma che ripaga con una forma di serenità profonda, adulta, consapevole.

La felicità non è nelle grandi imprese, ma nelle piccole cose:
quelle che ci accompagnano ogni giorno, quelle che ci fanno sentire vivi, quelle che ci ricordano che – a qualsiasi età – possiamo ancora scegliere chi vogliamo essere.






sabato 15 novembre 2025

Ho fatto degli errori, ma qui si ricomincia

Ricominciare non è mai un errore

ricominciare


Ci sono luoghi che accettano il silenzio senza contestarlo. Luoghi che rimangono fermi nel tempo, come se attendessero il ritorno di qualcuno che ha lasciato la porta socchiusa.
Questo blog è stato, per me, esattamente questo: una stanza in cui avevo appoggiato libri, appunti, riflessioni, e poi, quasi senza rendermene conto, avevo smesso di entrarci. La vita aveva preteso altre energie, altri pensieri, altre battaglie. E così, lentamente, il quotidiano aveva sovrastato lo straordinario.

Non c’è nulla di eroico nel tornare.
Eppure, c’è qualcosa di profondamente umano.

Forse per questo ho sentito la necessità di scrivere queste righe: non per giustificarmi, né per celebrare un rientro trionfale, ma per ribadire un principio che nella storia — quella con la “S” maiuscola e quella minuta che ognuno porta nel proprio cuore — si ripete con ostinazione: ricominciare non è mai un errore.


1. Il tempo sospeso e il valore del ritorno

Quando si studia la storia, ci si rende conto che la linearità è una costruzione posticcia, un’illusione che ci serve per mettere ordine nella complessità del mondo. Gli eventi, in realtà, sono frastagliati, intermittenti, segnati da pause più eloquenti dei fatti stessi. Ci sono regni che rifioriscono dopo un apparente declino, generali che risorgono da sconfitte devastanti, intellettuali che producono le loro opere migliori dopo anni di silenzio.

Ed è curioso notare che, mentre la società contemporanea ci impone la continuità, la storia ci insegna la discontinuità.
Ci dice che le interruzioni non sono un fallimento: spesso sono incubatrici.

Penso alla figura di Napoleone all’Elba. Era, in teoria, un uomo finito. Deposto, sorvegliato, apparentemente sconfitto dal corso degli eventi e dalle potenze europee. E invece proprio lì, in quello spazio ristretto e marginale, riscoprì una forza creativa sorprendente: riformò le scuole, modernizzò la sanità, disegnò strade, cambiò l’amministrazione locale. Sembrava che quel microcosmo isolano gli offrisse l’occasione di riflettere, ripensare, riordinare.

Un uomo costretto al silenzio che, paradossalmente, imparò a parlare di nuovo.

La storia è piena di questi ritorni inattesi.
E ognuno di essi sembra ricordarci che il tempo non è solo ciò che scorre, ma ciò che ci prepara.


2. Le ragioni del mio silenzio

Non ho nessun Elba personale da raccontare.
Le mie ragioni sono molto più semplici: un intreccio di doveri, lavoro, progetti da costruire, affetti da proteggere, inquietudini da governare. E un limite umano che tutti conoscono ma pochi confessano: il tempo non basta mai, soprattutto quando si desidera fare le cose bene.

Nel frattempo, però, io continuavo a leggere, studiare, lavorare su nuovi progetti, costruire i miei video, immaginare percorsi possibili. Niente di quello che sono è rimasto fermo. Solo questo spazio sì. E non perché fosse meno importante, ma perché scrivere — quello scrivere serio, meditato, lento, a cui non voglio rinunciare — richiede un tipo di presenza che in certi periodi diventa difficile.

E allora ho fatto quello che fanno gli uomini prudenti: ho atteso.
Non ho chiuso la porta, non ho dichiarato finito il progetto, non l’ho tradito.
L’ho semplicemente lasciato respirare.

Oggi so che quella pausa era necessaria.
Non era un errore: era una gestazione.


3. Il bisogno di parola

Ogni essere umano coltiva un suo modo di tenersi in equilibrio.
Per alcuni è la musica, per altri l’arte, per altri ancora il silenzio.
Per me è la parola.

Non la parola veloce dei social, quella che si scrive mentre si guarda un orologio invisibile. Non la parola strategica, non quella seduttiva, non quella polemica.
La parola che cerco è l’altra: quella lenta, meditata, che scava e costruisce, che illumina un dettaglio, che mette a fuoco un pensiero prima che il pensiero sfugga.

Quando non scrivo, una parte di me resta incompleta.
E chi ama la storia lo sa bene: le civiltà non muoiono mai del tutto finché continuano a parlare. Finché continuano a narrare, spiegare, interpretare. Gli uomini non sono diversi.

Scrivere è il mio modo per restare vivo.
Per rimettere ordine tra ciò che ho letto e ciò che ho vissuto, tra ciò che sto diventando e ciò che ancora non sono.

Questo blog, dunque, non era solo un progetto: era un pezzo della mia identità.
E nessuna identità dovrebbe restare spenta troppo a lungo.


4. Storia e inquietudine: due vie parallele

In molti mi chiedono come possa convivere la mia passione per la storia con la mia inclinazione alle domande esistenziali. In realtà non c’è contraddizione.
La storia è inquietudine. È il tentativo continuo dell’uomo di mettere ordine nel caos.
È la ricerca di senso attraverso la memoria.

Ogni volta che leggo di un sovrano, di un generale, di un politico, di un filosofo, mi accorgo che la domanda fondamentale è sempre la stessa: che cosa stava cercando?
Potere? Sicurezza? Immortalità? Giustizia? Amore?
A ben guardare, cambiano gli strumenti, ma non gli interrogativi.

Forse è questo che rende la storia la mia più grande consolazione: leggere il passato significa riconoscere che le nostre inquietudini non sono nuove. Che tutto ciò che ci tormenta è stato già vissuto, affrontato, trasformato, superato.

È come se le figure del passato, con i loro trionfi e i loro fallimenti, ci dicessero:
Non sei solo nel tuo percorso. E non sei il primo a dover ricominciare.


5. La verità dei nuovi inizi

Ricominciare non è un atto eroico.
Non richiede applausi né annunci solenni.
È, piuttosto, un gesto di resilienza quotidiana.

La storia ci mostra che i nuovi inizi raramente accadono nei momenti più luminosi.
Accadono dopo le cadute.
Dopo le perdite.
Dopo le delusioni.
Dopo gli anni in cui si è seminato senza raccogliere.

Ciò che conta non è la forza: è la direzione.

Ricominciare significa guardare la realtà con occhi diversi, riconoscere ciò che ha peso, lasciar andare ciò che non serve più. È un atto silenzioso ma profondissimo. E non è mai un errore perché permette di riallineare se stessi con ciò che si è veramente.

Oggi sento che la mia voce — quella autentica — ha bisogno di tornare a casa.
E questo blog è una delle mie case.


6. Cosa aspettarsi da questo nuovo ciclo

Non prometto una cadenza precisa — la vita non funziona con gli orologi dei blog.
Prometto, però, qualcosa di più importante: autenticità.

Qui scriverò di ciò che mi appassiona e di ciò che mi inquieta.
Parlerò di Napoleone, dei Marescialli, dei re inglesi, delle battaglie che hanno cambiato il mondo.
Parlerò dei libri che mi accompagnano.
Parlerò di ciò che sto costruendo, dei progetti che prendono forma, delle trasformazioni che sto vivendo.
E parlerò anche delle domande che restano aperte, perché sono quelle che rendono un uomo vivo.

Questo sarà un luogo libero.
Un luogo colto ma non accademico.
Un luogo personale ma mai egocentrico.
Un luogo dove la storia incontra la vita, e dove la scrittura diventa un ponte.


7. Appunti di bordo dell’Aquila

Ritorno alla scrittura come si ritorna a un porto conosciuto: non per fuggire dal mare, ma per ripartire con rotte nuove.
Il viaggio ricomincia qui.